Come sarebbe l’Italia nel 2035 se facessimo tutte le scelte giuste?

Guerre, genocidi, derive autoritarie, crisi climatica: non un bel periodo insomma. Ci arrendiamo o creiamo con le nostre mani il futuro che vogliamo?

Come sarebbe l’Italia nel 2035 se facessimo tutte le scelte giuste? Sappiamo anche fin troppo bene cosa non va. Ma sappiamo cosa accadrebbe se realizzassimo le cose che vogliamo? Abbiamo un enorme bisogno di immaginare un’alternativa a questo mondo. 

Perché mentre le disuguaglianze crescono, i salari rimangono fermi quando non indietreggiano, le guerre imperversano e si ripetono i genocidi, la crisi climatica se ne frega di tutto e tira dritto. E la crisi climatica è in primis una crisi di immaginazione. Non riusciamo a immaginarci una nuova economia, una nuova società, nuove norme sociali, nuovi modi di lavorare, nuovi modi di muoversi e nuovi spazi pubblici. Per cambiare le cose che non vanno, il primo passo non è quello di sognare in grande, ma in grandissimo.

Mentre le destre pronunciano cose impensabili fino a qualche anno fa e fanno anche cose indicibili – tra riviere a Gaza, deportazioni ASMR sui social e bullismo globale – la sinistra è immobile. Immutata. Incapace di uscire dal campo di gioco imposto dalle destre, di sognare anche cose impossibili sui propri temi, si ritrova ad una disperata rincorsa su questioni e contenuti in una gara che non potrà mai vincere. Il paradosso di Achille e la tartaruga. Inseguendo un framing che non è neanche lontanamente il suo, direbbe George Lakoff.

Perché dobbiamo continuare a limitare i nostri sogni? Perché ci viene sempre detto di restare con i piedi per terra? Chi l’ha detto che sognare in grande non va bene? Ecco, noi ribadiamo il diritto di poter parlare delle cose (che sembrano) impossibili, dandole forza e voce. Reddito di cittadinanza? No, vogliamo un reddito universale. Salario minimo a 9 euro? No, vogliamo la settimana di 30 ore a parità di salario. Vogliamo produrre energia rinnovabile  in modo democratico e diffuso; vogliamo una scuola pubblica innovativa e incentrata sulla formazione di cittadini e cittadine consapevoli; una sanità universale che torni ad essere un’eccellenza e non ci obblighi a ricorrere al privato; vogliamo tassare i milionari per una redistribuzione della ricchezza e obbligare le grandi multinazionali a pagare le tasse anche in Italia.

Da qui nasce la domanda iniziale: sappiamo immaginarci il mondo, l’Europa o l’Italia se facessimo queste scelte giuste? E da qui Italia Impossibile, il cui aggettivo assume un senso proprio in questa riappropriazione di volere anche quelle cose che ora vengono etichettate come impossibili e che invece, quando poi vengono realizzate, sono date per scontate. Sono infiniti gli esempi del passato, economici, sociali o industriali: dalla democrazia europea, concepita al confino fascista, alla settimana lavorativa di 8 ore, ottenuta poi nel 1972 da cui nasce il famoso weekend, passando per i piccoli esperimenti di energie alternative – e che ora alimentano l’80% dei nostri paesi in alcune giornate. Insomma, è venuto il momento di non volersi più accontentare delle briciole. Anche perché la crisi climatica non accetta compromessi e se ne infischia delle nostre parole. 

Dobbiamo però attivarci per ciò che vogliamo, non solamente per quello che non ci sta bene e per questo dobbiamo sognare in positivo. Cosa otterremmo se mettessimo insieme ciò che abbiamo in mente per costruire una visione collettiva e positiva? Se potessi disegnare il mondo in cui ti piacerebbe vivere, come te lo immagineresti? È da queste domande che parte Italia Impossibile, per trovare una risposta che dev’essere collettiva e non individuale.

Su queste idee si basa la campagna #FacciamociSpazio. Un tema, quello dello spazio pubblico, che è emerso come strategico e sempre più importante. Un’esigenza che si è acuita in seguito all’epidemia. La necessità di incontrarsi, di riappropriarsi di spazi pubblici gratuiti e creare momenti di convivialità, scambio culturale, di incontro. Tutto questo per noi è politica. E questa campagna parte dall’idea di immaginare i nostri spazi pubblici come vorremmo che fossero: con più alberi, più parchi, più fontanelle, più piste ciclabili e con più mezzi pubblici efficienti e gratuiti.

Parte centrale della campagna è il tour di #FacciamociSpazio, che toccherà quasi 40 città in tutta Italia, incontrando persone da sud a nord. Vogliamo incontrare vecchie amicizie e nuove persone, per organizzarci e attivarci insieme, unendo le forze e le idee, ognuna secondo le proprie peculiarità e secondo le proprie lotte. Vogliamo fare attivismo politico perché rifiutiamo la separazione tra attivismo e politica: non pensiamo che questi due concetti debbano per forza di cose essere ben distinti. Crediamo che l’attuale situazione richieda un cambiamento che sia il più veloce possibile, per questo motivo i due mondi – quello politico istituzionale e quello dell’attivismo – si devono parlare e collaborare per raggiungere gli stessi obiettivi. Vanno percorse entrambe le strade. Perché le scelte vengono fatte dai decisori politici, da chi detiene il potere legislativo, ma è l’attivismo e l’insieme delle persone che richiede determinate scelte e vuole un cambiamento che dà la forza alla politica di prendere la strada giusta.Tante cose nel passato sembravano impossibili da realizzare finché poi lo hanno fatto. Chi? Una minoranza attivista, come sempre. Uno dei casi più famosi riguarda l’abolizione della schiavitù, dove una minoranza attiva e organizzata ha portato il governo a votare per l’abolizione. Come scrisse Thoreau nel 1849 nel suo Disobbedienza civile: “Ci sono migliaia di persone che in teoria sono contrarie alla schiavitù e alla guerra, ma che in pratica non fanno niente per mettervi fine. […] Quando la maggioranza degli uomini, alla fine, voterà per l’abolizione della schiavitù, sarà perché la schiavitù le è indifferente, oppure perché ne sarà rimasta ben poca da abolire con il voto”. È per questo che per ottenere i cambiamenti che vogliamo dobbiamo attivarci e organizzarci.