Le comunità si creano spesso attorno a uno scopo o un motivo: una comunità di quartiere è unita dal fatto di abitare lo stesso luogo. Una comunità politica è unita da ideali e obiettivi comuni. A volte si crea comunità per affrontare un problema, come il contrasto alla realizzazione di un mega-allevamento, o fare in modo che l’acqua resti o ridiventi un bene pubblico.
Ma l’importanza di creare comunità non è solo legata allo specifico problema che si affronta, è invece un primo passo per attivare meccanismi di “uscita dal proprio personale”: fare qualcosa insieme amplia gli orizzonti di ciò che il singolo considera possibile. Vestire i panni di altri o di “persona che fa” allarga il campo delle proprie possibilità. Cominciare a lavorare su qualcosa per e con una comunità (e non solo per sé stessi e da soli) attiva un meccanismo che moltiplica le opportunità.
La campagna “Facciamoci Spazio” punta anche a questo re-immaginare ciò che è possibile, e al tempo stesso rafforzare le comunità locali, creare empowerment per permettere alle persone di trasformare i luoghi in cui vivono, insieme. Partire da trasformare una strada, una piazza, un edificio abbandonato, per arrivare a trasformare l’Italia. I piccoli temi non sono irrilevanti rispetto ai grandi: sentire e sperimentare di poter avere un impatto nella propria realtà è un passo fondamentale per pensare di poter influenzare anche le grandi questioni (che oggi sembrano al di là della nostra influenza sia come persone che come cittadini/elettori). Creare comunità è quindi un antidoto a processi di lunghissima data che hanno portato ad una società liquida ed atomizzata, e che ci spingono a ri-chiuderci nelle nostre case e nel nostro privato.
In conclusione, ogni azione che apra alla possibilità di essere parte di una comunità è di per sé molto più importante dello specifico tema che affronta.
Per fare comunità è fondamentale un atteggiamento costruttivo e propositivo. Il rischio che va evitato (e che spesso si è visto succedere sia nell’attivismo che in politica, soprattutto in ambienti progressisti o di sinistra) è che l’1% che ci divide diventi più rilevante del 99% che ci unisce. Dividersi facendo a gara “a chi è più puro” non dà alcuna speranza alla causa. Inoltre, l’esperienza dimostra che le tensioni interne ai movimenti progressisti da sempre allontanano molti e fanno scemare l’entusiasmo iniziale, facendo il gioco di chi ci vuole isolati. Questo anche perché passare dal dire al fare è un processo lungo e non privo di ostacoli, e se anche il dire si configura come un processo dispendioso invece che terreno comune, ecco che i tempi diventano biblici.
E sono tempi che non abbiamo. Siamo in ritardo su tutti i fronti.
In queste ultime settimane abbiamo potuto constatare che un’intenzione forte e una direzione chiara spingono all’azione, anche se in modi diversi. Abbiamo visto una mobilitazione enorme, ognuno con le proprie possibilità: chi scioperando, chi scendendo in piazza, chi documentando e difendendo le cause, ed il tutto ha portato anche dei disagi (come essere bloccati in auto, oppure non poter usufruire delle stazioni) a diventare parte della mobilitazione. Abbiamo visto che si poteva fare, e abbiamo visto che “quando io voglio una cosa e tu ne vuoi un’altra, il fatto che tu ci arrivi prima non ti rende mio nemico o competitor”. Tutt’altro: ti rende apripista, ti rende quello che mi ha aperto la strada.
In queste mobilitazioni abbiamo finalmente ricominciato a usare i nostri corpi. Sono i corpi che riconquistano lo spazio della città, che difendono i propri diritti insieme ad altri corpi ed altre voci nello spazio della città che di solito non ci appartiene del tutto, appartiene al lavoro e all’economia. Infatti lo percorriamo indirettamente sui mezzi, in auto, in bici o a piedi distrattamente, ma quello spazio è nostro ed è nostro in modo attivo, non passivo.
È lo spazio dei nostri corpi e delle nostre voci, e di noi tuttə, che anni di over tourism e di “disumanizzazione” (es: auto, speculazione edilizia, degrado) degli spazi pubblici ci hanno fatto dimenticare.